A comporre la mostra “Voto e libertà” sono rare immagini provenienti dagli archivi inglesi Heritages Images, Mary Evans e Top Foto, distribuiti in Italia dall’agenzia giornalistica fotografica A.G.F. di Roma. A renderle così interessanti anche dal punto di vista della storia della fotografia, al di là del loro contenuto, è il fatto che rappresentano un esempio di fotoreportage delle origini di notevole maturità artistica e consapevolezza giornalistica. Sono infatti la dimostrazione di quanta strada avesse già fatto l’industria e l’arte dell’informazione a cavallo tra ‘800 e ‘900 nel mondo occidentale. Nei paesi anglosassoni e del Nord Europa nasceva infatti allora la moderna editoria grazie anche alle scoperte tecnologiche, di cui una diretta conseguenza fu l’invenzione prima di lastre impressionabili in un quarto di secondo (che era possibile preparare molto prima e sviluppare molto dopo lo scatto) e quindi dei primi rullini di pellicola avvolgibile.

Anche l’organizzazione di chi operava nel mondo della fotografia a cavallo tra i due secoli assunse via via forme più moderne. Esistevano già allora agenzie, free-lance e inviati dei giornali. Considerati più dei tecnici che degli artisti, agli inizi della storia del fotogiornalismo molti autori rimasero sconosciuti pur lavorando con le più importanti testate dell’epoca.

Furono molti i giornali che si dedicarono alla questione delle suffragette nei vari paesi d’Occidente. Ma sono soprattutto le foto delle militanti inglesi quelle che si trovano più facilmente negli archivi storici odierni, a dimostrazione di quanto deve la storia del femminismo al loro movimento. Lo stesso termine “suffragette”, prima di definire tutte le donne del mondo che chiedevano il suffragio universale, fu coniato apposta per loro per la prima volta dal giornale inglese Daily Mail come etichetta denigratoria.

Ma invece di respingerlo, le femministe inglesi se ne fregiarono e presero a riferirsi alle loro compagne negli stessi termini.

A chiedere uguaglianza nei diritti politici con gli uomini erano soprattutto donne scolarizzate provenienti dalla media borghesia, sempre più emancipate culturalmente ma frustrate dalla loro condizione economica e sociale, di cui la letteratura inglese dell’800 aveva ben descritto la condizione di dorata (quando fortunate) oppressione. Alla richiesta del voto affiancavano inoltre anche la rivendicazione di pari diritti civili e la possibilità di svolgere le stesse professioni degli uomini in una logica di autonoma emancipazione. Il movimento si sviluppò velocemente in tutti i paesi di cultura anglosassone e in particolare nella stessa Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda. Ma se in America le proteste delle suffragette ebbero sempre caratteri pacifici, in Inghilterra si radicalizzarono e assunsero forme anche violente.

Assistendo spesso alla repressione fisica delle loro manifestazioni con cariche della polizia e arresti, le suffragette inglesi passarono infatti a forme di protesta più cruente danneggiando, durante la cosiddetta “Guerra delle Vetrine” del 1912, moltissimi negozi di Londra con sassi, spranghe e  perfino piccoli ordigni esplosivi. Nel 1913 il movimento inglese delle suffragette ebbe anche la sua prima martire: la giovane Emily Davinson, che fu travolta e uccisa da un cavallo di Re Giorgio V mentre cercava di afferrarne le redini durante una manifestazione al Derby di Epsom.

Le militanti in carcere, a seguito di quell’episodio, iniziarono uno sciopero della fame che scosse il Paese, anche per le violenze che esse subirono durante i tentativi di alimentazione forzata imposti alle prigioniere dalle autorità inglesi.

Le suffragette vinsero la loro guerra cinque anni più tardi: nel 1918 il Parlamento britannico approvò infatti la proposta di diritto di voto limitato alle mogli dei capifamiglia al di sopra dei 30 anni. E infine il 2 luglio 1928 il suffragio fu esteso a tutte le donne inglesi.

Il riconoscimento del diritto di voto in Inghilterra fu una vittoria strategica di incredibile valore per il movimento femminista di tutto il mondo. Ma fu solo la prima battaglia vinta, per quanto epocale, di una guerra infinita che le donne stanno ancora conducendo sia in Occidente che, soprattutto, nel resto del mondo, contro la tradizionale cultura maschilista e patriarcale.

 

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