LA POTENZA DELL’IMMAGINE, LA POESIA DELLA VITA

 

Io mi accontento di raccontare frammenti di vita, spezzoni di realtà. Tenendo sempre a mente la frase che Graham Greene fa dire al protagonista di The Quiet American: “Sono un reporter; Dio esiste soltanto per quelli che scrivono gli articoli di fondo”.

 

Giovanni Porzio non è molto conosciuto come fotografo al grande pubblico. La sua fama la deve al giornalismo e ai libri che ha scritto. Ma in realtà è un fotoreporter di razza, uno di quelli che riescono a raccontare con le foto non solo i fatti ma anche le emozioni (e spesso le opinioni). Le sue immagini non sono perciò solo belle. Certo, hanno una qualità estetica comparabile a quella dei migliori fotoreporter italiani e internazionali. E sono costruite geometricamente con maestria, con ombre e luci che sono sempre perfettamente distribuite nell’inquadratura. Ma a impressionare è la loro costante tensione poetica ed etica che ti colpisce diritto al cuore senza lasciarti possibilità di fuga. Se le guardi tutte di seguito, senza mai   fare una pausa dello spirito, le sue immagini ti lasciano senza fiato. A renderle tanto potenti è la loro capacità di proiettare chi le guarda, a partire da una singola inquadratura, non importa quale che sia il soggetto, nell’universo emotivo e drammatico in cui sono state realizzate.

 

È quello che vuole Giovanni Porzio. Che da sempre ha interpretato il suo mestiere di inviato di guerra -prima impugnando solo una penna, poi tenendo in mano anche una macchina fotografica- non come cronistoria della realtà ma come testimonianza “contro” la guerra. Un mestiere difficile il suo, in mezzo a conflitti e rivoluzioni, che richiede fegato perché ogni giorno può essere l’ultimo ed è un già un successo rimanere vivi. Una professione che ti impone di trovare un impossibile equilibrio tra cinismo e sensibilità, tra idealismo e cruda realtà. A chi fa il lavoro di Giovanni Porzio è richiesto uno sforzo continuo: per non restare sconvolti da quello che si vede girandosi da un’altra parte; per non rimanerne  coinvolti fermandosi ad aiutare chi soffre, dimenticandosi di essere lì per raccontare a chi non c’è e non a salvare vite umane; per mantenersi, in ogni caso e nello stesso tempo, empatici perché se vuoi raccontare il mondo devi essere sempre in grado di entrare in sintonia con esso.

 

Giovanni Porzio ha passato la vita “in mezzo alle bombe, al sangue, alle prigioni, alle torture, agli obitori, a lunghe file di morti senza nome”. L’orrore del mondo e le grida di disperazione sono stati lo sfondo e la colonna sonora della sua esistenza. Ma per quanto fosse un inferno la realtà in cui veniva inviato o sceglieva di andare, i bambini -ospiti di un campo profughi fatto di tende, rifugiati nel buio di una grotta oppure al riparo precario di una casa in macerie- riuscivano sempre a trasformarla in qualcosa di altro, a dare una speranza e un’idea di futuro, a far immaginare che tutto poteva riprendere ad avere un senso. “Dopo le guerre tutto ricomincia dai bambini. Per loro i genitori resistono allo sconforto e stringono i denti. Da loro traggono la forza per ricostruire, una ragione di vita e di speranza. Per questo -spiega Giovanni Porzio- la morte di un bambino è intollerabile. Nei Paesi devastati dalle guerre, dalla fame e dalle malattie le famiglie  piangono, pregano, poi si rassegnano”. Ma se quei genitori a cui viene mancare un figlio hanno tutto il diritto di arrendersi, noi, tutti noi, non abbiamo il diritto di farlo. Dobbiamo per forza, perché è un dovere, continuare a combattere per le loro vite.

 

Quando Giovanni Porzio ha conosciuto Bambini Cardiopatici Nel Mondo e ha incontrato il suo fondatore Alessandro Frigiola -un chirurgo che, insieme a tanti volontari, nel corso della sua vita ha salvato migliaia di bambini- ha voluto andare con lui e i suoi colleghi in Siria, Kurdistan, Egitto, Senegal e Camerun per mostrare quello che fanno. E testimoniare le esistenze dei piccoli pazienti che operano, la sofferenza e la preoccupazione dei loro genitori, la loro realtà quotidiana, a volte serena sebbene abitino in paesi poveri e in via di sviluppo, altre estremamente degradata o pericolosa a causa dell’instabilità politica o della guerra. Ne è venuto fuori un libro fotografico e una mostra che raccontano la straordinaria esperienza di Frigiola e dell’associazione. E la voglia di vivere, di resistere, di pensare al futuro dei bambini affetti da malattie cardiopatiche congenite e dei loro genitori che non vogliono arrendersi alla fine dei figli, non importa di che colore abbiano la pelle o in che Dio credano. Un libro e una mostra che fanno vedere a noi, che non ci siamo più abituati, il vero volto del dolore e della speranza, il vero volto della morte e della vita.

Alessandro Luigi Perna

 

 

Giovanni Porzio

 

Nato a Milano nel 1951, giornalista, scrittore, fotoreporter, è stato per quasi trent’anni inviato speciale del settimanale Panorama e ha seguito i maggiori conflitti in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani, nel Caucaso, in Asia e in America Latina. Dal 2013 collabora con il Venerdì di Repubblica. Ha vinto numerosi premi giornalistici tra cui il prestigioso “Max David” per i suoi reportage dall’Afghanistan. Ha scritto otto libri. “Guida al Medio Oriente”, “Cory”, “Top Secret: l’inganno del Golfo”; “Inferno Somalia”, “Cuore Nero”, “La guerra del Golfo”, “Cronache dalle terre di nessuno”, “Un dollaro al giorno”.

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