In anteprima per l’Italia, prodotta da Eff&Ci – Facciamo Cose e curata da Alessandro Luigi Perna, la mostra fotografica   “La Guerra del Pacifico. Da Pearl Harbor alla Bomba Atomica” si compone di 54 riproduzioni digitali da negativi e stampe  realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale sul fronte del Pacifico e conservate negli archivi storici statali americani di U.S. Navy, U.S. Marine Corps e U.S. National Archives Records Administration (N.A.R.A.).

 

La mostra è stata realizzata all’interno di History & Photography, un progetto che si pone due obiettivi principali. Il  primo è quello di  realizzare e promuovere esposizioni e foto proiezioni per il grande pubblico e per scuole e università che raccontino la storia contemporanea con la fotografia (e la storia della fotografia), esaltando sia la funzione narrativa e documentale delle immagini che il loro valore estetico. Il secondo è quello di valorizzare e rendere fruibili a tutti i  tantissimi archivi fotografici storici -sia italiani che stranieri, sia di fotografi che di enti pubblici e privati- spesso quasi sconosciuti o frequentati solo dagli addetti ai lavori ma che conservano veri e propri tesori nascosti sia dal punto di vista artistico che storico.

 

La “Guerra del Pacifico” racconta dall’attacco giapponese di sorpresa a Pearl Harbor alla successiva discesa in campo degli Americani in Estremo Oriente fino alla vittoria finale degli Stati Uniti e dei loro alleati. In particolare la mostra si concentra su alcune delle più famose e importanti battaglie navali e terrestri passate alla storia e raccontate spesso dal grande schermo (Midway, Guadalcanal, Tarawa, Saipan, Guam, tra le altre). A chiudere l’esposizione le battaglie per la conquista di Iwo Jima e Okinawa e le bombe atomiche sganciate sul Giappone che hanno costretto il Paese del Sol Levante alla resa.

 

Alcune delle immagini esposte sono molto conosciute, delle vere e proprie icone entrate nella storia della fotografia. Altre sono rimaste per decenni negli archivi, viste soprattutto dagli operatori. A produrle erano spesso fotografi arruolati nelle Forze Armate, per lo più rimasti sconosciuti, che rischiavano la vita con i loro commilitoni pur di raccontare tutta la drammaticità degli scontri in prima linea durante gli sbarchi sulle isole o gli attacchi suicidi giapponesi alle portaerei. Infine due immagini sono tratte dagli archivi giapponesi sequestrati dagli Alleati, un assaggio di un progetto prossimo  venturo di History & Photography dedicato agli archivi storici fotografici degli autoritarismi.

 

La Guerra del Pacifico è stato un conflitto senza precedenti nella storia dell’uomo. Non è stata solo la dimensione geografica dello scontro (l’area interessata era vastissima) a fare la differenza. E neppure l’utilizzo per la prima volta delle portaerei (alcune battaglie navali furono addirittura combattute solo tra aerei, senza che le navi delle due flotte nemiche si avvistassero mai). Il fatto veramente nuovo è che gli Americani usarono per la prima volta la bomba atomica, un’arma che si è rivelata, come nelle aspettative di chi l’aveva creata, devastante e determinante per le sorti della   guerra. Hiroshima e Nagasaki, le due città colpite, furono letteralmente rase al suolo. I morti provocati, sia immediati -in conseguenza delle esplosioni- che successivi -a causa delle radiazioni-, furono nell’ordine delle centinaia di migliaia.

 

Gli Stati Uniti giustificarono la loro scelta come necessaria per evitare che l’invasione del Giappone procrastinasse la  fine della guerra di alcuni anni, moltiplicasse in maniera esponenziale i soldati americani feriti o uccisi e provocasse un massacro forse ancora maggiore della popolazione civile giapponese. E molto probabilmente usarono la bomba atomica per dare un avvertimento alla Russia comunista, il nuovo nemico giurato prossimo e venturo (anzi già in azione) dell’Occidente e del mondo libero che già premeva alle frontiere. Ma al di là del confronto con l’Unione Sovietica, resta il fatto che ad  avere scioccato gli Alti Comandi americani erano state le sanguinose invasioni di Iwo Jima e Okinawa.

 

Fino ad allora infatti gli scontri a terra erano stati sempre condotti con un numero relativamente basso di uomini e mezzi rispetto agli schieramenti che si erano visti sui fronti africani ed europei. Le percentuali di morti e feriti inoltre erano sempre state molto basse tra gli Americani. Le prime due battaglie su suolo giapponese, per quanto su piccole isole, coinvolsero invece un numero grandemente superiore di soldati. E soprattutto causarono la perdita del 30% degli effettivi impiegati: una percentuale altissima. In proporzione, se portata a termine, la sola invasione del Giappone avrebbe voluto dire milioni di soldati americani coinvolti e centinaia di migliaia di morti in più rispetto alle perdite (calcolate in  circa 400.000 uomini e perciò relativamente molto basse) avute dagli Stati Uniti per liberare l’Europa e il resto del Pacifico.

 

Ma per quanto tutte queste considerazioni possano essere valide, per quanto sia indubbio che gli Americani -durante la Seconda Guerra Mondiale- con tutti i loro limiti, stessero dalla parte del Bene e avessero salvato il mondo, e i Tedeschi e i Giapponesi stessero dalla parte del Male e fossero prontissimi a usare a loro volta la bomba atomica se solo fossero   riusciti a produrla, resta ancora da dare una risposta definitiva al quesito principale: il suo utilizzo per spingere il Giappone alla resa è stato giustificato oppure può essere considerato un crimine di guerra per il quale gli Stati Uniti e i loro Alleati non hanno mai pagato pegno?

 

Il dibattito è ancora aperto, così come quello su cosa sia lecito fare per sconfiggere il proprio nemico, soprattutto se è sotto forma della nostra nemesi. Di sicuro la distruzione che le bombe atomiche hanno portato ha impressionato talmente  tutto il mondo, da rendere un conflitto nucleare tra due Paesi (sebbene la corsa agli armamenti atomici durante la Guerra Fredda e quella di oggi da parte di alcuni Paesi emergenti) un’ipotesi da escludere quasi a priori. Almeno fino ad ora.

 

Alessandro Luigi Perna

 

 

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