DALLA GUERRA CIVILE A MARTIN LUTHER KING

 

Con l’abolizione della schiavitù avvenuta alla fine della Guerra Civile Americana si aprono prospettive nuove per gli Afroamericani che cominciano in più ondate a emigrare verso le città industriali del Nord e dell’Ovest. Ma i cittadini di colore scoprono presto a loro spese che tutta la nazione è impregnata di razzismo: sono infatti molteplici le rivolte di bianchi che si oppongono all’arrivo delle famiglie afroamericane nei loro quartieri. Alla libertà non segue poi l’integrazione razziale né la parità concreta dei diritti, che rimane di fatto solo sulla carta.  Alla fine dell’800, una serie di sentenze costituzionali locali e federali riassumibili nel concetto di “uguali ma separati” sanciscono sì la parità di diritti ma anche la segregazione, che si applica ovunque: nelle scuole, nei cinema, negli ospedali, etc. L’esercizio del diritto di voto poi, soprattutto negli Stati del Sud, diventa sempre più difficile, ostacolato da un’infinita quantità di impedimenti burocratici concepiti apposta per gli Afroamericani. Il passaggio tra i due secoli è l’epoca d’oro del Ku Klux Klan e dei linciaggi, che negli Stati del Sud continueranno fino agli anni ‘60 del Novecento. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando molti soldati neri tornano dal fronte dopo aver combattuto per sconfiggere la follia razziale nazista e giapponese, la lotta per l’integrazione e il diritto di voto effettivo prende nuovo vigore. A fare la differenza è la seconda metà degli anni ‘50, quando una serie di sentenze cominciano a demolire il sistema dell’apartheid nelle scuole. Ma è negli anni ’60, quando si afferma il Movimento per i Diritti Civili degli Afroamericani capitanato da Martin Luther King, che finalmente l’obiettivo dell’effettiva parità è a portata di mano. A favorirne il successo è il supporto dei bianchi progressisti (e delle star del cinema e della musica), il denaro fornito dai sindacati democratici e   l’appoggio alla causa antirazzista prima del Presidente John F. Kennedy e poi, dopo il suo assassinio, del suo successore Lyndon B. Johnson. Con la fine degli anni ’60 finisce l’apartheid e vengono rimossi gli ostacoli al libero esercizio del voto degli Afroamericani. Ma i razzisti hanno la loro vendetta: nell’aprile del 1968 infatti Martin Luther King viene assassinato. La violenza si prende la sua rivincita sulla non-violenza.

 

LA STORIA DEL COMMERCIO DEGLI SCHIAVI IN OCCIDENTE

 

Schiavi per natura o schiavi per legge. Gli schiavi greci rientrano nel primo caso, quelli romani nel secondo. In Europa lo schiavismo è abolito durante il Medioevo, soprattutto grazie all’azione del Papato. Ma il commercio è tollerato. E il principale mercato di schiavi è organizzato dai re di Francia nella città di Verdun, "la fabbrica degli eunuchi". A esserne vittime sono soprattutto Polacchi e Lituani, a tenere le redini della tratta sono mercanti ebrei. I clienti invece sono Arabi e Turchi e li usano come muratori, contadini e rematori sulle galee. Chiunque siano di volta in volta gli interlocutori, in ogni caso il commercio degli schiavi a spese dei bianchi europei Arabi e Turchi lo portano avanti su larga scala fino al XVIII secolo con una recrudescenza ai tempi di Napoleone. In particolare, li rapiscono nei paesi slavi oppure li razziano sulle coste dell’Italia e su quelle spagnole. All’epoca è per questo che il Mediterraneo è chiamato il “Mare della Paura”. Sono invece direttamente gli Arabi a gestire gran parte del mercato degli schiavi in Africa. Li rivendono ancora integri fisicamente agli Europei che li portano nelle Americhe, castrati ai loro clienti nordafricani e del medio oriente. Ecco perché si trovano discendenti di schiavi neri al di là dell’Atlantico ma non nel mondo mussulmano. Il commercio è autorizzato dal Corano. Maometto infatti ha degli schiavi presso di sé. E se li ha lui possono averli tutti. Solo negli anni ’60 del ‘900 lo schiavismo è abolito per legge nei paesi mussulmani dalle autorità coloniali europee, anche se molti Iman locali la reputano un’imposizione indebita degli Occidentali. Ai bianchi delle Americhe gli schiavi neri servono per sostituire le popolazioni locali, asservite e  sterminate perché non reggono allo sfruttamento fisico e alle malattie portate dai conquistatori. In particolare, ai bianchi del Sud degli Stati Uniti servono nelle piantagioni, per produrre cotone a basso costo e rivenderlo alle industrie tessili inglesi, alimentando la rivoluzione industriale. I primi schiavi neri arrivano negli Stati Uniti (allora ancora colonie inglesi) nella   prima metà del ‘600 come servi con l’obbligo di servire almeno 7 anni prima di essere liberati. Ma nell’illuminato ‘700 -invece di migliorare- la situazione peggiora e si passa dalla servitù   alla schiavitù. La materia prima in carne e ossa si compra sulla Costa degli Schiavi tra il Senegal e il Benin. Oltre agli Arabi, a rifornire i mercanti occidentali razziando le tribù dell’interno del continente sono in particolare due regni africani dalla pelle nera, sempre in guerra tra loro per il monopolio dell’infame commercio: il regno del Dahomey e l’Impero Oyo - dotati di armi da fuoco, cavalleria e amazzoni. A comprare uomini e donne in cattività e poi a gestirne il commercio nell’Oceano Atlantico sono compagnie commerciali francesi, olandesi, tedesche e inglesi. Fra tutte spicca la English Royal African Company, che vende schiavi alle colonie più disparate. Il commercio di persone via mare in Occidente finisce progressivamente a metà dell’800 quando tutti i paesi europei si mettono d’accordo nel considerarlo atto di pirateria. Il primo paese delle Americhe ad abolire la schiavitù è Haiti, l’ultimo il Brasile.

 

Alessandro Luigi Perna

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